Le premesse della psicoterapia

  • Si allea col sintomo

    Il sintomo è un linguaggio psichico, la voce di una parte della psiche che esprime un dolore. È ciò che ci porta in terapia, talvolta trascinandoci, con il desiderio che quel grido si plachi. Ignorarlo, però, non sarebbe un buon servizio alla psiche perché quella voce proviene da una parte di noi che chiede comprensione e legittimazione. La terapia è il luogo dove questo dialogo diventa possibile, aiutandoci a trovare il tono e le parole giuste.

  • Ripensa la guarigione

    In psicoterapia la guarigione non coincide con il semplice ritorno a uno stato di cose precedente né con la scomparsa del dolore. Guarire significa modificare il rapporto con la propria esperienza psichica. Ciò che prima irrompeva in modo destabilizzante può essere riconosciuto, integrato, reso parte della propria vita. La guarigione non è un ripristino, ma un cambiamento nel modo di stare con ciò che si è.

  • A volte, in terapia, è necessario soffermarsi su ciò che accade nel vissuto interiore.

    Uno sguardo psicodinamico aiuta a distinguere ciò che appartiene al mondo interno da ciò che accade fuori di noi, e a osservare il modo in cui entriamo in relazione con le nostre emozioni, con bisogni, desideri e paure.

  • Altre volte è utile spostare l’attenzione su ciò che accade nelle relazioni, fuori di noi.

    La prospettiva sistemica osserva il modo in cui una persona si muove dentro il mondo esterno, nei legami familiari, affettivi e sociali, e come certi comportamenti funzionali/disfunzionali acquisiscano senso a seconda del contesto.

  • In alcuni momenti, invece, il lavoro si concentra sulle strategie messe in atto per fronteggiare le difficoltà.

    La prospettiva cognitivo-comportamentale permette di riflettere sui modi abituali di pensare e di agire, sulle strategie di coping utilizzate e sulla possibilità di costruirne di più funzionali e meno costose per la persona.

  • Ci sono poi passaggi in cui la questione non è solo come si reagisce, ma che senso assume ciò che si vive.

    Lo sguardo umanistico-filosofico accompagna l’esplorazione delle domande di significato, dell’immagine di sé, del modo in cui una persona interpreta la propria esperienza e orienta le proprie scelte.

  • Il lavoro psicoterapeutico inizia spesso dal poter raccontare ciò che è rimasto a lungo inespresso. Parlare di sé in uno spazio non giudicante permette di portare alla luce vissuti, emozioni e pensieri che agiscono nel silenzio.

  • Attraverso il racconto, il disagio può essere osservato e compreso. La chiarificazione è il lavoro di dare forma e parole a ciò che fa soffrire, per coglierne il funzionamento, le cause e il senso. Rendere il disagio più visibile e pensabile permette di instaurare con esso un rapporto meno confuso e più consapevole.

  • Conoscere il proprio modo di funzionare è parte integrante della cura. La psicoeducazione offre strumenti per comprendere i processi psicologici, emotivi e relazionali che attraversano l’esperienza umana. Sapere come si è fatti, come si reagisce e perché, riduce la sofferenza e restituisce orientamento.

  • Nel tempo, il lavoro terapeutico può aprirsi a livelli più profondi della vita psichica. La trasformazione non riguarda l’eliminazione dei sintomi, ma un cambiamento nel modo di stare con la propria storia e con le forze interiori che la abitano. È un processo di maturazione che conduce a una comprensione più ampia di sé e del proprio posto nel mondo.