Coltiva il dubbio

Ci sono ragazzi che arrivano in studio con un quaderno di prove. Non prove scolastiche, ma prove su di sé, raccolte per mesi, per dimostrare a se stessi chi sono. Un articolo su cosa vuol dire, davvero, imparare a convivere con un dubbio, invece che passare la vita a cercare di estirparlo.

Ho chiuso il gas? Sono gay? Sono pazzo? Sono davvero intelligente, o ho solo avuto fortuna? Sono domande diversissime tra loro, eppure hanno tutte la stessa struttura di fondo. Nascono da un pensiero che si presenta all'improvviso, spesso senza un motivo preciso, e che chiede una risposta immediata, definitiva, quasi come se dalla risposta dipendesse qualcosa di molto grande. Il modo in cui reagiamo a quella richiesta, molto più del contenuto della domanda, decide se quel pensiero resterà un episodio isolato o diventerà un'abitudine mentale difficile da scrollarsi di dosso.

Un pensiero che torna, e torna ancora

C'è una differenza enorme tra un pensiero che passa e un pensiero che si annida. Il primo arriva, viene notato, magari fa anche un po' impressione, e poi se ne va da solo, sostituito da altro, come capita decine di volte al giorno a chiunque. Il secondo, invece, torna. E quando torna, sembra chiamarci, come se avesse qualcosa di urgente da dirci e pretendesse tutta la nostra attenzione finché non gli avremo dato ragione.

È qui che si gioca la partita più importante, ed è qui che, quasi sempre senza accorgercene, cominciamo a instaurare con quel pensiero un rapporto tossico. Possiamo farlo in due modi opposti, che portano allo stesso risultato. Il primo è cercare di soffocarlo, di scacciarlo con la forza della volontà, convincendoci che se solo riuscissimo a non pensarci più, il problema sparirebbe. Il secondo, apparentemente contrario ma in realtà gemello del primo, è interrogarlo in modo ossessivo, tornarci sopra, cercare prove, chiedere rassicurazioni, come se una risposta abbastanza solida potesse finalmente metterlo a tacere. In entrambi i casi, quello che manca è la possibilità di restare accanto al pensiero senza doverlo né zittire né obbedire. Coltivare il dubbio significa proprio questo, restarci accanto, lasciargli il suo spazio, senza che diventi né un nemico da abbattere né un oracolo da consultare in continuazione.

Come nasce un dubbio che si autoalimenta

Il meccanismo che trasforma un pensiero passeggero in un'ossessione è quasi sempre lo stesso. Nasce un'idea, magari a partire da un episodio reale, magari dal nulla, e fin qui non c'è nulla di strano, perché la mente produce di continuo pensieri sconnessi ed è del tutto normale. La differenza la fa quello che succede subito dopo. Chi non ha un rapporto ansioso con il dubbio lo lascia scorrere, uno dei tanti rumori di fondo della giornata. Chi invece comincia a temerlo si ferma, lo esamina, e da quel momento parte un circolo che si alimenta da solo.

Il passo successivo, infatti, è quasi automatico. Se un pensiero fa paura, si cerca di risolverlo, e per risolverlo si va a caccia di una prova. Si ripercorre il passato in cerca di indizi, si osservano le proprie reazioni fisiche come si osserverebbe un sismografo, si chiede rassicurazione a chiunque sembri avere una risposta, un amico, un forum, oggi sempre più spesso un'intelligenza artificiale interrogata più volte al giorno con la stessa domanda riformulata in modi diversi. Il punto più difficile da accettare è che la prova, quando arriva, non basta mai. Calma per un'ora, forse per un giorno, poi il dubbio si ripresenta, e con più insistenza di prima, perché ormai ha imparato che interrogarlo funziona, almeno per un po'.

Provate un piccolo gioco, per capire cosa succede davvero. Ripetete ad alta voce una parola qualunque, per esempio "sedia", dieci volte, senza pause. A un certo punto smette di significare qualcosa, resta il suono, ma il senso se ne va, come un'etichetta che si stacca da un barattolo. È lo stesso, moltiplicato per mille, che succede a chi ripete dentro di sé "sono gay", "sono pazzo", "ho chiuso il gas", centinaia di volte al giorno per mesi. Quella frase smette di essere una domanda su di sé e diventa un rumore che non si spegne più.

Che cosa succede nel cervello, in breve

Vale la pena spiegare, con parole semplici, cosa c'è dietro a tutto questo, perché aiuta a capire che non si tratta di debolezza di carattere. Nel cervello esiste un circuito che ha il compito di segnalarci quando qualcosa non torna, un po' come una spia sul cruscotto dell'auto che si accende quando c'è un problema da controllare. Coinvolge soprattutto una zona chiamata corteccia orbitofrontale, che valuta se una situazione è a posto o no, e un nucleo più interno, lo striato, che regola quanto insistere su quel controllo prima di lasciarlo andare. In chi convive con un dubbio ossessivo, questa spia tende ad accendersi troppo spesso e, soprattutto, fatica a spegnersi anche quando il controllo è già stato fatto, come se il cruscotto continuasse a segnalare un problema già risolto. Non è che manchi una prova sufficiente, è che il segnale di "va tutto bene, puoi fermarti" arriva più debole del solito. Cercare ancora una conferma, per questo, non aiuta, perché il problema non sta nell'informazione che si cerca, ma nel volume con cui suona l'allarme.

Questo spiega anche perché la logica, da sola, non basti a spegnere il dubbio. Si può capire perfettamente, con la testa, che una preoccupazione è infondata, e continuare comunque a sentirne il peso, perché quella parte del cervello che gestisce l'allarme non ragiona per argomenti, ragiona per livelli di attivazione. È la stessa ragione per cui dire a qualcuno "non ti preoccupare" raramente funziona. Non è un problema di informazioni mancanti, è un problema di volume del segnale, e il volume non si abbassa discutendo, si abbassa smettendo di alimentarlo con nuovi controlli.

Due piani diversi, uno concreto e uno psichico

C'è però un secondo livello, che la sola spiegazione dei circuiti cerebrali non riesce a raccontare fino in fondo, ed è utile affiancarlo a quello. Ogni esperienza umana si gioca su due piani diversi. Uno è concreto, fatto di fatti verificabili, a cui si può opporre un altro fatto, un alibi, un testimone, una prova. L'altro è psichico, e non risponde alle stesse regole. Un dubbio che continua a cercare una prova nel mondo concreto, senza che nessuna prova risulti mai abbastanza, spesso sta segnalando che la sua vera origine non sta lì, ma appartiene al piano psichico, dove ha una sua ragione d'essere, una ragione però che non vuole diventare un fatto, non vuole essere presa alla lettera. È come se dentro si muovesse un'immagine, un sentimento non ancora a fuoco, e la persona, spaventata da quella vaghezza, provasse a tradurlo in qualcosa di concreto e verificabile, "sono gay o no", "ho investito qualcuno o no". Nel momento stesso in cui questo accade, la cosa diventa concretissima, e per questo insopportabile, mentre finché restava nel registro delle emozioni, delle idee, delle immagini interiori, poteva semplicemente essere attraversata, senza bisogno di essere risolta come un fatto di cronaca. Ci si blocca, spesso, proprio quando si perde la capacità di lasciare alle cose il piano a cui appartengono, quando tutto ciò che si sente dentro pretende di diventare un fatto fuori.

Perché combattere il pensiero non funziona

Tentare di non pensare a qualcosa è tra gli esercizi meno efficaci che esistano. Chiunque abbia provato a "non pensare a un elefante rosa" lo sa, l'elefante arriva proprio mentre si cerca di scacciarlo. Con un dubbio che riguarda l'identità succede lo stesso, ma amplificato, più lo si combatte, più diventa centrale. Per questo il lavoro utile, in questi casi, quasi mai consiste nel dare la risposta che la persona sta cercando, non un "sì" o un "no" definitivo, ma nell'aiutarla a scoprire che può convivere con una domanda aperta senza che questo la travolga. Si sposta il bersaglio, non più il contenuto del dubbio, ma il rapporto con l'incertezza. Ripensando a quanto detto sopra, è anche una questione di lasciare alle cose il piano a cui appartengono, se quell'immagine, quel dubbio, resta nel registro psichico senza pretendere di diventare un fatto della quotidianità, senza dover per forza interferire con le relazioni, le scelte, i gesti di ogni giorno, smette di essere una minaccia da disinnescare e torna a essere semplicemente un pensiero tra gli altri, con cui si può convivere.

Fidarsi che la psiche faccia il suo lavoro

Si può lasciare, con una certa fiducia, che quel pensiero segua il proprio corso psichico. Prima o poi arriverà un'idea più chiara, o comunque qualcosa di più autentico su cui ragionare, ma è un risultato a cui si arriva lasciando che il processo avvenga, non sorvegliandolo passo per passo. È un po' come mangiare un pasto. Mentre lo si mangia, non si sta a controllare cosa succede a livello microbiologico nello stomaco, eppure ci si fida che la digestione farà il suo lavoro, e quello che resta è il piacere del cibo, la convivialità, il nutrimento. Vale lo stesso quando si dorme, non si sorveglia il battito del cuore o il ritmo dei polmoni, sapendo che faranno quello che devono fare. Ci si affida al corpo con questa naturalezza, ma raramente si concede la stessa fiducia alla psiche, che è un organo altrettanto complesso, e altrettanto capace di elaborare, digerire, metabolizzare un pensiero o un'immagine. Diventa ossessivo, spesso, proprio il bisogno di controllare qualcosa che per sua natura è volatile, destinato a trasformarsi da solo. Si può lasciare che la psiche faccia questo lavoro, sapendo che prima o poi se ne raccoglierà una conseguenza, e che su quella conseguenza si potrà ragionare, senza dover restare dentro il processo mentre accade.

Una capacità che si costruisce, non un dato di partenza

Tutto quello che si è detto finora sul distinguere il piano concreto da quello psichico, sul lasciare che un pensiero segua il proprio corso senza doverlo per forza risolvere, presuppone una competenza precisa, la capacità di prendere un po' di distanza da ciò che si sente, di guardarlo invece di esserci semplicemente dentro. Questa capacità non è innata, e non arriva a tutti alla stessa età. Di solito la costruisce l'esperienza, con gli anni, si accumulano abbastanza situazioni in cui un pensiero disturbante è arrivato e poi se n'è andato da solo, e questo, piano piano, insegna che ci si può fidare del tempo. Quando l'esperienza non basta, o non ha ancora avuto modo di insegnarlo, quella stessa distanza può essere costruita altrove, ed è in buona parte quello che accade in un percorso di psicoterapia, che in questo senso non inventa nulla di estraneo, ma allena una capacità che, con altre strade e altri tempi, sarebbe comunque potuta maturare da sé.

Perché in adolescenza questi dubbi bruciano di più

C'è un motivo preciso per cui è proprio in adolescenza che questo tipo di dubbio, quando riguarda l'identità, arriva con una violenza che in età adulta raramente si ripete allo stesso modo, soprattutto quando tocca l'orientamento sessuale o la paura di non essere sani di mente, i due terreni su cui i ragazzi si interrogano più ferocemente. Un adulto, nel tempo, si è costruito dentro qualcosa che si potrebbe immaginare come una casa con diverse stanze, dove pensieri strani, dubbi, timori possono restare per un po' in una stanza d'attesa, senza dover essere subito dichiarati veri o falsi. Un adolescente quella casa la sta ancora costruendo, muro dopo muro, e spesso ha a disposizione poche stanze, o nessuna. Quando arriva un pensiero che riguarda "chi sono", non trova un posto dove posarsi con un minimo di distacco, e finisce per occupare tutto lo spazio disponibile, sembrando, nel momento in cui arriva, l'unica verità possibile su di sé, invece che uno dei tanti pensieri che passano. Non è dunque che i ragazzi vivano il dubbio in modo più drammatico per fragilità di carattere, è che gli mancano ancora, semplicemente, le stanze in cui posarlo.

Un'ancora, per chi è più giovane

Tutto questo, la fiducia nel tempo, la distinzione tra piano psichico e piano concreto, le stanze che ancora non ci sono, è un ragionamento che richiede un certo distacco per essere davvero utile, ed è normale che un ragazzo di quattordici o quindici anni non lo possieda ancora del tutto. Per questo, più che una spiegazione articolata, a un lettore giovane serve forse una frase minima, quasi da tenere in tasca, che valga anche senza aver capito fino in fondo tutto il resto, un pensiero che urla forte non è, per questo, più vero. La forza con cui un pensiero si impone dice quanto sta facendo rumore, non quanto è fondato. È una frase piccola, ma è già un primo mattone di quella stanza che, con il tempo, da soli o con l'aiuto di qualcuno, si può imparare a costruire.

Coltivare il dubbio, non risolverlo

Coltivare un dubbio, in fondo, somiglia più a occuparsi di una pianta che a risolvere un'equazione. Chi cura un giardino non dissotterra il seme ogni mattina per controllare se sta germogliando, perché saprebbe già, facendolo, di aver rovinato tutto. Si limita a dargli le condizioni perché possa crescere secondo i suoi tempi, che non sono i tempi dell'ansia di chi vorrebbe vedere subito il risultato. Un dubbio che riguarda chi siamo funziona allo stesso modo. Va lasciato dov'è, senza scavarlo ogni giorno in cerca di conferme, e senza nemmeno provare a estirparlo con la forza. Non è indifferenza, e non è passività, è la forma più alta di cura che si possa offrire a un pensiero, lasciargli il tempo di diventare quello che deve diventare, fidandosi che, prima o poi, lo diventerà da solo.

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Piccoli passi, grandi risultati